La statua bronzea di Ferrante Gonzaga svetta su Piazza Mazzini a Guastalla, il punto centrale del percorso espositivo di Piante e Animali Perduti. Presi dai colori e dalle voci della manifestazione spesso non si offre la dovuta attenzione a uno dei tre bronzi rinascimentali ancora conservati in Europa: la statua bronzea di Ferrante Gonzaga. Un’opera straordinaria.

Nell’articolo che segue Fiorello Tagliavini spiega perchè.

 

Particolarmente complessa è la vicenda della realizzazione del monumento di “Ferrante Gonzaga trionfante sull’invidia” eseguito da Leone Leoni Aretino su commissione di Cesare Gonzaga nel 1562. Infatti attese ben 32 anni prima del suo completamento, curato dal figlio Pompeo Leoni nel 1592 e posizionato a Guastalla nel 1594.
Ma chi era Leone Leoni? Nato a Menaggio nel milanese nel 1509 c.a da una famiglia originaria d’Arezzo, si forma a Venezia come incisore di monete e medaglie, assorbendo gli influssi formali di Donatello e Jacopo Sansovino, evidenziando pure stilemi appartenenti alla tradizione michelangiolesca.
Grazie alla conoscenza del Tiziano e all’arresto di Benvenuto Cellini entra alla corte pontificia come incisore della zecca. Rischiò il taglio della mano destra per aver sfregiato un soldato tedesco e si salvò unicamente grazie all’interessamento di Andrea Doria.
Nel 1542 trasferitosi a Milano ottenne la carica di incisore della zecca imperiale e fu particolarmente apprezzato da Carlo V per il quale eseguì numerosi ritratti in bronzo.
Le sue opere di maggior rilievo sono la statua di “Carlo V che domina il furore” al Museo del Prado, il sepolcro del “Marchese Gian Giacomo di Marignano detto il Medeghino” realizzato su disegni del Buonarroti, nel Duomo di Milano e “Ferrante Gonzaga trionfante sull’invidia”.
Leone Leoni muore a Milano nel 1590.

Il complesso statuario di Ferrante è composto dalla figura del principe in abito da guerriero romano, raffigurante Ercole, che calpesta un satiro trafitto dalla lancia, simbolo dell’invidia, e che ha decapitato l’Idra a tre teste, emblema della calunnia.

Il corpo di Ferrante mostra una leggera torsione verso destra per lo spostamento in avanti del braccio sinistro leggermente arcuato e stringe nella mano semiaperta un’asta che punta sul braccio del satiro.
La mano destra ha nel suo palmo tre mele.
Il mito, a cui si richiama l’allegoria del monumento, è quello di Ercole che deve cogliere nel giardino delle Esperidi, figure femminili simili alle sirene, dotate di voci suadenti ed ipnotiche, le mele d’oro dell’albero donato da Demetra ad Era per le sue nozze con Zeus.

L’Eroe è Ferrante Gonzaga, straordinario uomo d’armi; il viaggio è quello del principe a Bruxelles per incontrare l’imperatore Carlo V, discolparsi delle accuse di tradimento ed appropriazione indebita, accuse a lui rivolte durante il governatorato di Milano; Ferrante riesce a dimostrare la falsità delle accuse e viene riabilitato con pubblica dichiarazione imperiale del 1 giugno 1555.
Ed ecco il completamento degli elementi simbolici: il Principe vittorioso, che decapita la calunnia il serpente a tre teste (tre come i detrattori di Ferrante) e sconfigge l’invidia, il satiro, che è anche presenza demoniaca.
Ferrante torna con tre mele d’oro dono degli dei, conquistate e trattenute nella mano destra quasi nascoste per la preziosità che rappresentano, simbolo d’onore di fedeltà e di verità.

Leone Leoni, pressoché coetaneo di Ferrante, ci da garanzie di somiglianza del volto con il nostro principe avendolo conosciuto ed incontrato a Milano.
Il corpo muscoloso, rientra nei canoni estetici tipici dell’epoca ma anche nello stile dell’artista. Non dobbiamo sottovalutare il fatto che Ferrante era un uomo d’azione e che le analisi sullo scheletro ci hanno mostrato un uomo di circa un metro e settanta con una massa muscolare importante.
Barba e capelli ricci con fronte spaziosa, glabre appaiono le braccia e le gambe, in cui, in modo puntiglioso, si mostrano le venature e i fasci muscolari.
Ci rendiamo conto di come nulla sia abbozzato, bensì come ogni minimo particolare mostri una pregevole fattura.
Gli spallacci e la lorica in cuoio, il fermaglio del mantello il panneggio i calzari, il gonnellino.

Il satiro, essere antropomorfo, metà capro e metà uomo, è raffigurato nello spasimo ultimo della morte. Il corpo ancora reattivo, non completamente accasciato, il viso composto in un ghigno più ferino che umano. Lo stesso corpo, con le braccia che tendono ad un ultimo appiglio danno un forte senso di drammaticità alla composizione.
Straordinaria è la parte caprina del satiro, una purezza zoomorfa in cui gli arti di capra sono di una perfezione assoluta, il piede bifido, la lana della coscia l’intrecciarsi delle zampe in un inutile tentativo vitale sono di una altissima forza espressiva.

L’Idra di Lernia, il serpente d’acqua, che viene decapitato da Ercole, in un altro episodio delle dodici fatiche, ha i piedi ungulati e palmati. La realizzazione che ne fa Leoni è, rispetto al mito, di dimensioni ridotte, tuttavia sono evidenti le teste parzialmente mozzate penzolanti ed i piedi palmati e dotati di artigli.

La statua mostra, in un lembo del mantello appoggiato sul corpo del satiro, quasi un piccolo stemma, la firma dell’artista che si sigla LEO ARETIN. Leone Aretino.

 

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Foto di Fausto Franzosi

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