Ogni anno a Piante e Animali Perduti gli appassionati dei legumi li trovano proprio tutti!

Ceci, fagioli, lenticchie, questo il trio vincente quando si pensa ai legumi! Ma quali altri legumi esistono? Magari vengono in mente la cicerchia, i lupini, i piselli, le fave, la soia, ma la roveja?

Piccina, tonda, bruna, ma dalle mille sfaccettature: un po’ vinaccia, un po’ senape, a volte puntinata, altre quasi bluastra e perfino verdina! La bellissima Roveja – detta anche Roveggia, Rubiglio, Pisello dei campi o Corbello – è un piccolo legume, un pisello selvatico per l’esattezza, che nasce da una leguminosa erbacea appartenente ad una specie non ancora determinata con precisione!

A Piante e Animali Perduti, mostra mercato che è un vero e proprio inno alla biodiversità e si tiene ogni anno a Guastalla, tra i vari espositori troviamo quello di Adelino De Carolis, proveniente dall’Umbria con l’intento di far conoscere alcune delle prelibatezze della sua terra: lenticchie, farro, zafferano e proprio la roveja di Civita di Cascia!

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Riferimenti storici

In Europa questo legume è conosciuto fin dall’era preistorica e sembra rappresentasse la base dell’alimentazione umana nel Neolitico, insieme alla lenticchia e al farro. Considerato poi dai Romani e dai Greci un alimento prelibato!

Nel nostro Paese la Roveja era diffusa in tutta la dorsale appenninica umbro-marchigiana e oltre ad essere coltivato, cresceva – come cresce tuttora – in modo assolutamente spontaneo.

Nel “Saggio storico e bibliografico dell’agricoltura italiana” del primo ‘900 veniva ritenuto originario dell’Italia – mentre con ogni probabilità ha origine nel Medio Oriente – e dal punto di vista botanico era classificato come Pisum arvense e ritenuto una specie diversa da quella del pisello.

I vecchi testi agronomici, raccontano inoltre, che era coltivato come pianta da foraggio, mentre se ne faceva un uso limitato per scopo alimentare.

Altre notizie della Roveja si ritrovano nel documento del 1545, “Statuto di Montesanto”, che imponeva la coltivazione di diverse “civaie” – leguminose – fra le quali proprio la roveja, ma anche negli “Annali dell’agricoltura del regno d’Italia”, il professor Giovanni Brignoli, in risposta al Cav. Filippo Re sulle coltivazioni del Dipartimento del Metauro, nomina molte altre specie, anche il Pisum arvense., presenza confermata poi “Dall’Inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola” del 1883, nella quale è riportato che esistono due varietà di “Rubiglio”, una precoce e un’altra tardiva, e ancora da M. Marro in “Coltivazione delle piante erbacee” del 1906 in riferimento al pisello dei campi o rubiglio quando scrive: “Il pisello dei campi, detto anche rubiglio, pisello grigio, pisello selvatico, secondo l’opinione di molti è la forma originaria al pisello comune. Esso distinguesi per il colore dei fiori, che hanno le ali rossastre e lo stendardo violetto, e per i semi, che sono più piccoli e di colore grigio o bruno. Pisolini nel 1915, in “Elementi di agricoltura pratica per gli agricoltori della provincia di Macerata”, infine racconta che a quei tempi la roveja, veniva utilizzata solo come foraggera: il pisello grigio o selvatico o ruegio, a fiori violacei, piccoli, con semi grigioscuri o verdastri, ama le terre forti, è resistente alla siccità e si semina a spaglio.

La Roveja è stata quindi sicuramente utilizzata per molto tempo dalla popolazione marchigiana a scopo foraggero e da quella dei Sibillini anche a scopo alimentare sia come granella fresca che secca.

La crisi di questa coltura iniziò nella seconda metà del ventesimo secolo, quando la selezione genetica e l’avvio di allevamenti specializzati hanno richiesto foraggi per gli animali con un più elevato valore energetico. Combinando ciò all’aumento del benessere e alla maggior redditività di altre colture ecco che in breve termine si ebbe un inesorabile declino della coltura di questo legume. Fu così che, oltre ad essere stata sostituita nei campi, la Roveja scomparve anche dalle tavole dei contadini.

 

La riscoperta della roveja

Una storia si racconta di persona in persona sulla riscoperta di questo prelibato legume.

Tutto sembra essere [ri-]cominciato in una cantina, a Civita di Cascia, 1300 metri di altitudine, in provincia di Perugia, semidistrutta dal terremoto del 1979 e pressoché disabitata.

Era il 1998 quando alla cantina – del suocero! – si reca la Sig.ra Silvana Crespi De Carolis, cresciuta a Roma ma originaria di quella terra, insieme all’amica Sig.ra Geltrude Moretti per mettere ordine sugli scaffali fra polvere e chincaglieria. Fu così che tra vecchi attrezzi spuntò un vecchio barattolo impolverato che riportava un foglietto di carta su cui si leggeva, scritto a matita, “roveggia”. Sembrerebbe che alla vista dei semi Nonna Lucia esclamò “questa è la roveja, è tanto buona ma ti spezza la schiena!”

Così dopo aver consultato gli anziani del paese, scoprirono che in effetti i semi nel barattolo, avrebbero dato vita a questo antico legume, alimento fondamentale dei pastori e dei contadini.

Silvana e Gertrude decisero così di provare a piantarli: il tentativo andò a buon fine, la Roveja tornò in vita e dal 2006 è diventata presidio protetto da Slow Food. Un presidio Slow Food che coinvolge quattro piccoli produttori di Civita di Cascia e si propone di diffondere la conoscenza di questo legume.

Va detto che il merito di queste donne non fu tanto di tornare a coltivare la Roveja – che comunque benché in piccolissime quantità e per uso domestico sembrerebbe fosse coltivata da sempre anche nella piana di Castelluccio e zone limitrofe – quanto piuttosto la dedizione e l’impegno per far conoscere questo piccolo e prezioso legume fuori dei confini umbro-marchigiani!

Un’idea e una tenacia che pienamente si confà con Piante e Animali Perduti, in questo mercato a cielo aperto si ha infatti la possibilità di entrare a contatto con una natura d’altri tempi, con le piccole produzioni, le rarità gastronomiche, dove incontrare gente di terra che ha con la natura un rapporto vivo e vero, fatto di rispetto e attenzione anche a razze e cultivar che nella moderna industria alimentare non trovano spazio.

 

La roveja oggi

La coltivazione della Roveja di Civita di Cascia è praticata nelle aree montane tra i 600 m e i 1200 m slm del territorio del comune di Cascia. Oggi resistono solo pochi agricoltori nella val Nerina, in particolare a Cascia dove, in una località chiamata Preci, c’è una fonte detta dei rovegliari.

Si semina a Marzo e si raccoglie tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, non ha bisogno di molta acqua, cresce anche in forma spontanea, lungo le scarpate e nei prati. La battitura è simile a quella della lenticchia: quando la metà delle foglie è ingiallita e i semi sono diventati cerosi, si sfalciano gli steli e si lasciano sul prato ad essiccare. Quando l’essiccamento è completato si portano sull’aia e si trebbiano. Si deve poi liberare la granella dalle impurità utilizzando dei setacci. Si può consumare sia fresca che essiccata oppure può essere macinata a pietra, trasformandola così in una farina dal lieve retrogusto amarognolo utilizzata per fare la farecchiata o pesata, una polenta tradizionalmente condita con un battuto di acciughe, aglio e olio extravergine di oliva, buona anche il giorno successivo, affettata e abbrustolita in padella!

 

Proprietà e usi della roveja

Ha gusto intenso ed unico di sottobosco, quasi di fungo e delle proprietà nutritive davvero notevoli: come legume fresco, infatti, contiene il 7% di proteine e fornisce circa 75 calorie ogni 100 grammi, invece, da secco, arriva al 21% di proteine e a 300 calorie ogni 100 grammi, valori abbinati anche a un elevato contenuto di carboidrati che arrivano al 50% e a un ricco contenuto di potassio, fosforo, fibre e vitamina B1.

In cucina si può utilizzare, sia fresca che secca, nelle zuppe, da sola o mescolata al farro e ad altri legumi, a cominciare dalle fave e dalle cicerchie.

La roveja secca va però lasciata in ammollo per almeno 12 ore e quindi fatta bollire per 40 minuti o oltre. Può essere comunque usata in qualsiasi ricetta tradizionale che preveda i legumi! Oppure si può preparare la farecchiata o pesata, una sorta di polenta, utilizzando la farina di Roveja, che viene tradizionalmente condita con un battuto di acciughe, aglio e olio extravergine d’oliva, buona anche il giorno successivo se affettata e abbrustolita in padella.

La Roveja si abbina perfettamente alle erbe spontanee del territorio italiano: borragine, tarassaco, saporitella, per non parlare dell’abbinamento con i funghi o il tartufo nero – mozzafiato!

L’ultimo fine settimana di settembre durante la manifestazione Piante e Animali Perduti a Guastalla ci sarà la possibilità di conoscere questo magnifico legume tanto meritevole di essere riscoperto, ma sarà una splendida occasione per curiosare un po’ nell’antico mondo della natura e dell’artigianato!

Articolo e foto di Michela Fantini

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